Senza parole

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In ogni vita che si rispetti ci sono le parole: protagoniste di una giornata, di una nottata e a volte di un solo minuto.

Usiamo parole per salutarci, per un addio o semplicemente per un arrivederci.

Ma a volte le parole non servono. Perché non bastano, perché sono troppe, e perché non ne sono rimaste più.

E allora attingiamo dalle azioni. Queste ultime sono di difficile interpretazione, anche se sono dirette ed efficaci. A complicare la comprensione del significato c’è la soggettività di chi le riceve. In questa soggettività vi sono racchiuse speranze e illusioni che deviano il significato anche delle azioni più eloquenti.

L’oggettività è roba per pochi.

L’interpretazione soggettiva è il mezzo più comodo per facilitare il sonno perché, se fossimo bravi ad interpretare oggettivamente ogni azione subita, non avremmo più un alibi alla nostra negligenza di spirito.

 

 

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Mani liquide

amore liquido

Ci sono mani che danzano, e scandiscono i minuti al ritmo di una melodia ancestrale. Sono mani che, in piroette e grand plié, si muovono con grazia e disinvoltura dentro un amore liquido: senza sforzo. Sono i ritratti di una civiltà contemporanea che anela sempre più all’amore inteso come merce e non come dono. Sono mani che ambiscono al “soddisfatti o rimborsati”.

Perché, come direbbe Zygmunt Bauman: “…in una cultura consumistica come la nostra, che predilige prodotti pronti per l’uso, soluzioni rapide, soddisfazione immediata, risultati senza troppa fatica, ricette infallibili, assicurazione contro tutti i rischi e garanzie del tipo «soddisfatto o rimborsato», quella di imparare l’arte di amare è la promessa (falsa, ingannevole, ma che si spera ardentemente essere vera) di rendere l’«esperienza dell’amore» simile ad altre merci, che attira e seduce sbandierando tutte queste qualità e promettendo soddisfazioni immediate e risultati senza sforzi.
Senza umiltà e coraggio non c’è amore.
Sono qualità entrambe indispensabili, in dosi massicce, ogni qual volta ci si addentra in una terra inesplorata e non segnata sulle mappe, e quando tra due o più esseri umani scocca l’amore, è proprio in questo tipo di territorio che vengono spinti”.

 

Trentasette

narciso

Quanto dura un anno, se il tempo trascorso non è mai abbastanza per riflettersi sul fiume delle vanità?

E trentasette anni?

Un anno di 
narcisi e solitudine 
specchiandomi 
nella mia finitudine, 
sporgendomi 
su quella viva fissità 
che ad ogni respiro moriva un po’ 
in concentriche 
delucidazioni 
e fuggevoli illuminazioni. 

E in essa tu, 
ninfea di bianco fascino, 
che aprendoti 
sul lago delle vanità 
ti apristi a me, perduto in 
una sola immagine 
vibrante ad ogni sospiro. 
E bella e fragile. 

Ci guardammo e ci ascoltammo: 
silenzi e parole a corredo fecondo del testo della seduzione 
e il suono segreto delle brame a musicare la scena. 
Poi finalmente un dì ti presi fra le mani 
e le tue foglie si adagiarono sui miei palmi 
ma il soffio della vita e il suo schiaffo ti fecero presto volare via 

Ed ora, qui, 
nessun profumo sa di te. 
Non ci sei più. 
Nell’acqua ciò che è intorno a me 
si specchia con me 
riflesso in un’immagine 
che si anima di quello che anima me. 

Resterò qui 
un anno, un altro… e quanti più… 
specchiandomi 
ovunque dove eri tu. 

Ciumi di stenti, cori a metà

Immensa poesia di Olivia Sellerio:

Lu jornu ca cantavanu li manu
Dintra li vrazza non tornerà
E parru ca la lingua rumpi l’ossa
– ciumi di stenti- cori a metà

Tu m’ha lassari e ti n’agghiri
m’ha lassari e ti n’agghiri
Tu m’ha lassari e ti n’agghiri
Amuri amuri

Iu t’ha lassari e mi n’agghiri
t’ha lassari e mi n’agghiri
Iu t’ha lassari e mi n’agghiri
Amuri amuri

Dissi ca puru nta st’unfernu
l’avia a ‘ncucciari
Lu ciatu me
E tannu comu c’avia crirutu
E ora mi sfardi comu cu è ghiè

 

 

 

Acqua scura e salmastra

rocco

Dalla pagina 47 del libro “L’ultima notte di Rocco Bellavia“, scritto da Andrea Lerario ed edito da Casta Editore.

Agatina si voltò verso di lui con tutta l’intenzione di volerlo baciare e invece, come nella peggiore pellicola horror di ottava visione che si rispetti, si portò una mano alla bocca, indietreggiò di quattro passi sbattendo quel suo bel culo cubano sul ripiano di marmo della cucina e sgranò gli occhi fino a mostrare uno a uno i capillari della cornea. 

“Ma…ma…ma che ti successe? Che c’hai n’to coddru?”

Oh vivaddio: aveva scoperto la palla.

“Nenti Agatì, pigghiamuni stu cafè e poi ni parlamu”.

Bevvero il caffè in silenzio stando bene attenti a non scottarsi la lingua, poi Rocco accese una sigaretta e Agatina lo imitò all’istante.

“Tu te l’arricordi a me nonno Turiddu?”

Forse la migliore soluzione era affrontare la questione prendendola alla larga.

“E chi ci trase ora to nonno?” obiettò la donna.

“Ci trase, ci trase. Allura? Te l’arricordi oppuru no?”

Boh, m’arricordo appena appena la so facci, ju ero ancora troppu nica quannu iddru murju”.

Acqua.

“Ma te l’arricordi almeno comu successe?”

“Nonzi!” rispose Agatina, vagando con gli occhi verso il soffitto come a frugare nella memoria.

Acqua.

Acqua scura e salmastra.